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Dopo 40 anni la povertà non è diminuita. Perché?

Ricordo come fosse ieri, da giovane studente Universitario, il Partito in cui militavo

( Socialista) mi chiese di elaborare un Documento sulla povertà in Italia.

Mi misi a studiare il fenomeno, recuperare dati, confrontarmi con alcuni esperti.

Mi fu di grande aiuto un giovane docente della facoltà di Scienze Politiche, dell'Università di Padova, esperto in Statistica, che in quel momento stava elaborando un lavoro commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Mi chiese anche di collaborare alla ricerca, ma, con molta modestia declinai l'invito, non ritenendomi all'altezza del delicato compito.

In ogni caso, conclusi il mio, più succinto documento, consegnandolo al Segretario del Partito, ed illustrandolo in una apposita assemblea, convocata ad och, con gli iscritti e simpatizzanti.

Cosa c'entri tutto questo con l'attualità é presto detto.

L'ultimo report illustrato in questi giorni dall'Istituto di Statistica Italiano, consegna un dato eclatante :

Le famiglie Italiane in povertà oggi rappresentano l'8,5 %, mentre per gli individui singoli l'indice sale all'11,2%.

Ebbene, anche nel lontano anno 1981, il mio elaborato riportava la stessa percentuale di famiglie povere.

Ecco perché oggi ne parlo.

Eppure la situazione Italiana da allora è molto cambiata, sia relativamente ai costumi, che alle relazioni sociali, sia per lo sviluppo economico e l'occupazione, che per la diversa situazione Politica.

Anche i dati recenti ci dicono che l'occupazione è aumentata di circa 500.000 persone, che vi sono meno inoccupati, che il PIL Italiano, cresce più degli altri Paesi Europei, ( dati OCSE) .

Allora come mai le famiglie povere son rimaste nella stessa percentuale di allora?

Io credo sia perché nonostante molti fattori son migliorati, come la crescita, il benessere apparente, quello dei beni di consumo, a volte superfluo, il livello di Istruzione, lo stato di salute generale ( siamo il secondo Paese, dopo il Giappone, per longevità), il settore dell'alta moda, il turismo, l'agro- alimentare, altri fattori, in particolare quello relativo ai salari, sia rimasto fermo, anzi è arretrato.

Non è un caso infatti se oggi si assiste al cosiddetto fenomeno del working poor, cioè di coloro che pur lavorando, restano poveri, ( ben il 14% degli operai ).

Non è un caso se in Italia, anziché, come in altri Paesi Europei, dove i salari crescono ( in media del 9%, con punte del 21% in Belgio e Lussemburgo). da noi son diminuiti, negli ultimi 40 anni, del 3,8%.

E' dunque su tale leva che bisogna agire.

D'altronde non è più raro assistere al fenomeno, soprattutto Italiano, del trasferimento all'estero di molti giovani (circa mezzo milione negli ultimi 10 anni ).

Ne è da sottovalutare il fatto, che ad oggi siano da rinnovare ben 29 Contratti di Categoria, che interessano ben sei milioni e mezzo di lavoratori.

Si stima che, per quasi un lavoratore su 2, oggi sia da rinnovare il contratto di lavoro.

Ed allora, registrare, ancora oggi, tale situazione, comporta per me, leggendo gli ultimi dati Istat, un grave dolore, oltre che una profonda frustrazione

Ciò infatti dimostra che abbiamo fatto poco per cambiare tale situazione, che umilia ancora oggi il fattore lavoro, premiando, oltre misura, nel contempo, il fattore finanziario, il mondo del Capitale e delle grandi Multinazionali.

Occorre dunque invertire nettamente la rotta, premiando di più il lavoro, anche come fattore di crescita e realizzazione personale degli uomini e delle donne, in particolare i giovani.

Occorre che, per iniziativa del Governo, si apra sul tema un ampio e serrato confronto, superando lo specchietto delle allodole del salario minimo, con le Parti Sociali, Aziende comprese.

E' tempo, da un lato di attuare politiche fiscali e di premialità, per un ritorno dei nostri giovani dall'Estero, e dall'atro di attuare il dettato dell'Art. 46 della Costituzione, che promuova la partecipazione dei lavoratori, nella gestione delle Imprese, e nella distribuzione degli utili finali.

Pagare di più, e migliorare la qualità dei tempi lavoro, a favore dei tempi di vita, dovrà essere la priorità che ognuno di noi, dovrà porsi, a seconda dei propri ruoli.

Anche l'Europa dovrà farsi carico di tale questione, facendo assumere l'impegno, ai nuovi Parlamentari Europei eletti, di parificare i salari e gli stipendi, nonché le normative, anche sulla sicurezza, per ogni lavoratore Europeo, al di là del Paese in cui esegue la propria prestazione.

Omogenizzare i trattamenti salariali e le leggi Europee che regolano il lavoro potrà rappresentare un nuovo obiettivo di civiltà, oltre che avvicinare l'idea Europeista, sull'onda dei principi ispiratori della Carta dell'Unione Europea, verso la definitiva affermazione "degli Stati Uniti d'Europa".

Sebastiano Arcoraci-

Commentatore- Opinionista - Scrittore-














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