Riapre la Fusinato in Via Marzolo, quanti ricordi!
- sebastianoarcoraci
- 3 days ago
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Updated: 2 days ago
Ieri 20 Aprile 2026 la vecchia Casa dello Studente e la Mensa Fusinato hanno rivisto nuovamente la luce, dopo ben 21 anni dalla sua chiusura, anche se sarà destinata alla Scuola di Eccellenza Galileiana e non più a Casa dello studente.
Un investimento dell'Università di Padova per 21 milioni che ospiterà 187 studenti, con aule studio, palestre e spazi ricreativi, con annessa mensa.
Uno spazio cittadino ridato dunque alla cultura e allo studio, rispettando lo spirito fondativo di più di un secolo fa (1913, prima della Grande Guerra).
Per molti di noi, ormai boomer, rappresenta uno spaccato di vita, ancora nitido nelle nostre menti di giovani studenti, che sognavano un mondo migliore e una società più giusta.
Quante aspettative avevano suscitato in noi quei luoghi magici, fatti di vita vissuta intensamente, gioiosa, ardente di nuove relazioni sociali, di nuovi progetti, di confronto fra mondi e culture diverse.
Un luogo della memoria, ove migliaia di giovani, provenienti soprattutto dal Sud, Puglia, Calabria e Sicilia, innanzitutto, riponevano nella Padova dei " gran dottori" ogni speranza di crescita personale e cambiamento sociale.
Pur non avendo mai vissuto nello studentato, ma in un mini al Portello, la gran parte della mia vita si svolgeva presso quei luoghi del sapere e della formazione civile.
Era la mia seconda casa, la nostra casa, ove si studiava, e contemporaneamente, si godeva della interrelazione con gli altri sui temi più disparati dell'esistenza umana.
Si diventava subito amici, consapevoli di un destino comune, verso traguardi professionali allora solo immaginati, ma che già ci proiettavano nel futuro, come nuovi cittadini adulti, ricchi di nuove esperienze di vita, e un nuovo bagaglio culturale.
Era la fine degli anni '70 e fino a metà degli anni '80, quella fu la nostra palestra di vita.
Tempi memorabili di una gioventù che non si chiudeva in sé stessa ma voleva esplorare nuovi mondi e confini.
Oggi che leggo la notizia della sua rinascita non posso che tornare a quei momenti.
Chi studiava lì, in stanza con altri compagni di corso, o nelle aule comuni, insieme a chi veniva a trovare i nuovi amici, spesso conterranei, dopo mezzogiorno, si metteva in fila per consumare il primo pasto della giornata.
Poi ci si trovava, spesso sugli scalini esterni, in gruppetti, per lunghe pause pomeridiane, fatte di infinite chiacchierate e confronti sui temi del momento, sulla propria vita quotidiana, sui prossimi appelli d'esame, sulle confidenze intime di ognuno di noi, alle prese anche con le nuove amicizie femminili e i suoi misteri.
Era un mondo nuovo per noi, ove, per la prima volta, si usciva fuori di casa dei genitori, cercando di rendersi uomini e donne adulte, cittadini attivi del proprio tempo.
Quel nuovo luogo ci divideva dal vecchio mondo, fatto di provincialismo e limitati orizzonti culturali, ci dividevano anche distanze infinite, fatte non solo di migliaia di chilometri, ma anche di migliaia di differenze sociali, intellettuali e civili.
Molti di noi sapevano già, che dopo Laureati, sarebbero tornati alla loro terra, consapevoli che quel giorno avrebbero riportato fra i loro conterranei nuove idee e nuovo slancio, anche morale, decisi a contribuire al miglioramento delle nostre precedenti realtà sociali.
Per molti di noi era motivo di riscatto sociale, anche in nome e per conto dei nostri genitori, che a costo di mille sacrifici economici e affettivi, avevano riposto in noi figli la speranza di una vita migliore, un avanzamento di ceto sociale, una maggiore considerazione per tutta la famiglia.
Il figlio medico avvocato, ingegnere, comunque dottore, affinché con loro crescesse anche il Paese Italia, con nuova linfa e maggiore preparazione culturale.
Eravamo un investimento sociale, anche se non tutti consapevoli di tale scelta da parte delle nostre famiglie, che pure avevano scommesso tutto su di noi.
La vita insieme agli altri ci rendeva più forti e anche più fragili, consapevoli che le sfide davanti a noi potevano risultare insuperabili, e che l'insuccesso poteva essere alla porta.
Per questo, pur consapevoli dei nostri limiti, da ragazzi e ragazze di provincia, ce la mettevamo tutta pur di riuscire nei nostri intenti.
Accadde anche, che dopo anni di vita Patavina, rivelatasi molto diversa da quella precedente, per molti di noi si manifestò il desiderio di rimanere a Padova, nella terra che ci aveva fatto diventare uomini.
D'altronde le prospettive di lavoro, di vita e di carriera professionale, avevano un peso enorme nelle nostre scelte, tali da non poter essere disattese.
Sono stati anni meravigliosi, per molti di noi, fatti non solo di studio ma anche di piccoli lavoretti, per non pesare troppo sull'economia delle nostre famiglie.
Sono stati anche anni difficili in cui anche alla Fusinato, diversamente che nelle altre Case dello Studente, si formavano gruppi di militanza attiva nella protesta sociale.
Giovani che rifiutavano il perbenismo Patavino, le sedimentazioni dei ceti sociali, le regole civili condivise e il potere costituito.
"Anni di piombo" li chiamarono, tanto che alcuni gruppi si smarrirono persino nella lotta armata e insurrezionalista.
Anni in cui alla Fusinato giravano pistole e violenza, divenendo il punto di riferimento per gruppuscoli di facinorosi.
Non era per niente straordinario assistere, specie in mensa, ai cosiddetti "espropri proletari", in cui giovani, a volte neppure frequentatori della Fusinato, impartivano con violenza ai dipendenti della mensa, di servire il pasto ai presenti gratuitamente, impadronendosi di cibo e bevande, come segno della loro forza, come simbolo della esistenza stessa del loro " Movimento Politico".
Erano gli anni di Autonomia Operaia, in cui anche i negozi e gli alimentari del Portello vennero saccheggiati e violentati.
Scene alle quali, impotenti, abbiamo assistito, impauriti e preoccupati che il futuro potesse arrestarsi lì, potesse diventare buio e violento.
Era un modo, per costoro, di fare proselitismo fra i giovani studenti Universitari della Fusinato, che però, a parte alcuni singoli casi, rifiutarono quel modello, contestandolo anche verbalmente e attivamente, riuscendo, a sua volta, ad aggregare molti giovani non violenti, desiderosi solo di imparare, crescere e diventare cittadini rispettosi delle regole sociali e delle Istituzioni.
Così insieme ad altri compagni propugnavamo i valori democratici e i principi liberali, spesso scontrandoci apertamente con i più facinorosi di loro.
Anni duri che sono ancora impressi nella memoria.
Ma ci consolava sapere che con i nostri amici, Maurizio, Sergio, Patrizio, Sandro, Elena, Silvia, Anna, Raffaele, Egidio. Mimmo, Salvatore, Sasà, Pippo, Maria, Nino, Ciccio, Simone, Daniela, Rita, Giovanna, e tanti altri, stavano nascendo rapporti proficui, di fratellanza, affetto e a volte amore, che mai sarebbero stati scalfiti, neppure da questi eventi violenti.
Ricordo anche belli, quando con Simone e Patrizio, andavamo alla vicina casa delle studentesse Egidio Meneghetti, a cercare nuove amicizie, maschili ma anche femminili.
Giorni fecondi, come quella volta che ci recammo a Venezia, con alcune studentesse Americane, Helen e Greta, e uno studente Cecoslovacco, di nome Aron, che conosceva Juri Pelikan, dissidente Slovacco, e Parlamentare Europeo eletto fra le liste del Partito Socialista Italiano nel 1979.
Noi ciceroni improvvisati e loro stupefatti dalle bellezze delle calli Veneziane e dal suo ponte di Rialto, dalla magnifica Piazza San Marco.
Quante foto insieme abbiamo fatto, approfittando di un vero fotografo di professione quale era Aron.
Immagini gioiose, di ragazzi e ragazze che si entusiasmavano di fronte alla bellezza della Laguna Veneziana, che, purtroppo, mai più avremmo rivisto perché Aron, subito dopo sparì, tornando a Praga, ormai liberata dopo la Rivoluzione di Primavera, dimenticando di svilupparle e darcene copia, con nostro grande rammarico.
E quante partite a calcetto in Piazza Portello, con pizza e coca cola pagate dagli sconfitti.
Quegli anni , poi, sarebbero passati presto, troppo presto direi, e così molti di noi sarebbero diventati ingegneri, professori, avvocati, biologi, psicologi, chimici, funzionari pubblici, inserendosi appieno nel contesto cittadino, ormai Padovani di adozione.
Molti formarono qui persino una famiglia, e oggi, alcuni di loro sono pure nonni e nonne felici.
Chissà cosa passerà oggi, per la testa dei miei amici, leggendo la notizia della riapertura della gloriosa Fusinato.
E chissà come vivranno la loro vicenda personale i nuovi studenti che abiteranno la nuova Fusinato, inconsapevoli della sua storicità.
Forse molti di loro saranno ricchi, visto che la Galileiana costa, e certamente tutti saranno brillanti studenti usciti con il massimo dei voti dalle Superiori, e qualcuno addirittura vincitore di borsa di studio per l'accesso alla prestigiosa Accademia Galileiana.
Certamente diversi da noi giovani sognatori di provincia, pieni di belle speranze e senza un becco di un quattrino in tasca.
Forse però, se sapranno ascoltare quanto trasuderà da quelle mura, potranno sentire un alito di vento, un soffio vitale, tale da far sobbalzare i loro cuori e le loro menti.
A voi dunque, nuovi giovani virgulti, il compito di rinverdire le nostre gesta più nobili, certo che ogni nostro sorriso e gioia di vivere vi accompagneranno in questi vostri studi accademici.
Per quanto mi riguarda, invece, prometto che rivedrò la nuova Fusinato, e un giorno, passando da lì, forse mi scenderà qualche lacrimuccia, anche se so già che scenderà da occhi lucidi, ancora pieni di gioia e ringraziamento, rendendo doveroso omaggio alla nostra vecchia Casa dello Studente.
Grazie Padova, grazie Fusinato.
sebastiano arcoraci ex giovane studente



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