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Ridateci Toni, la solitudine non sia una colpa!

  • Writer: sebastianoarcoraci
    sebastianoarcoraci
  • Feb 19
  • 4 min read

Updated: Feb 20

In questi giorni mi ha molto colpito un episodio triste accaduto nella nostra urbana convivenza.

Nella ricca terra del Nord-Est, nella Città dei dottori, nella capitale morale del volontariato, è accaduto che Toni sia stato "chiuso" in una casa di riposo.

Si chiuso.

Qua si dice così quando una persona anziana non è più autosufficiente e i suoi parenti non vogliono o non possono occuparsene.

Ma Toni era ed è autosufficiente.

Mi ha colpito oltremodo perché ormai faceva parte del mio sky line quotidiano, della mia vita da" giovane di ritorno", e di quella di questa bella Città.

Nell'attraversare la via in cui viveva, in una casetta modesta, col portone di cento anni fa, in legno ridipinto, quasi sempre semi aperto, con lui seduto su una sedia, altrettanto centenaria, davanti l'uscio di casa, sotto i portici , con la sua esile figura, mentre guardava coi suoi occhi di eterno ragazzo smarrito e sognatore, il passaggio della gente, sempre trafelata, io, timidamente, gli lanciavo, quasi sempre un cenno muto di saluto con il capo.

Non eravamo diventati amici, troppo taciturno e allampanato lui, troppo rispettoso della privacy altrui io, che però lo stavo studiando ormai da tempo, senza mai avere il coraggio di parlargli.

Così quando passavo di là e non lo vedevo seduto sulla sua sbilenca sedia, davanti al suo portone, mi sembrava fosse un appuntamento mancato con un volto conosciuto, un volto sereno, da Padovano d'altri tempi, buono, di eterno ragazzino, con la testa sopra le nuvole.

Nel nostro borgo lo conoscevamo tutti, specie i padroni dei pochi negozi rimasti in questo rione del centro storico, il barista vicino e i suoi avventori, l'oste più longevo del luogo, Menego, con cui si intratteneva a chiacchierare, l'artigiano pasticciere Bepi, la giornalaia, il tabaccaio ove ogni mattina si recava a comprare il suo pacchetto di Camel, e il Prete della nostra parrocchia, il Don.

Ogni tanto inforcava la sua vecchia bici, specie dalla primavera in poi, facendo i suoi giri, arrivando fino alle Piazze, sperando di incontrare qualche suo vecchio amico con cui scambiare due parole.

Non aveva un auto, viveva di poco, in quella, che credo sia stata la casa dei suoi genitori e della sua famiglia.

Non so che lavoro avesse fatto nel passato, ma certo qualcosa aveva fatto per vivere.

Aveva ancora un fisico asciutto e agile, e un sorriso spento negli occhi.

Era diventato per me, ormai, un rito quotidiano incontrarlo.

In questi anni, superando la sua vista, mi attardavo a pensare dentro di me che storia avesse avuto, che donne avesse conosciuto, che amici del cuore lo avessero rincuorato nei momenti tristi della sua vita, o con quali andava invece a divertirsi.

Se i suoi fossero tutti morti o avesse ancora qualche familiare.

Viveva da solo, lo avevo visto sempre solo, nessuno che lo andasse mai a trovare, né qualcuno che si occupasse dei lavori di casa.

Poi, nei giorni scorsi, passando di là, ho notato il portone chiuso, accuratamente chiuso, cosa che non faceva mai, e davanti casa non c' era la sua mitica sedia, ne la vecchia bici che in questi giorni stava ricominciando ad usare.

Beh forse è raffreddato ho pensato, magari sta dentro casa riparato e al calduccio.

In fondo l'influenza non ci ha ancora lasciato mi son detto.

Poi, dopo uno, due, tre giorni mi son preoccupato.

Avrei voluto chiedere a qualcuno, ma non aveva vicini, a chi chiedere?

Ma poi perché preoccuparsi mi dicevo.

Forse ha dovuto farsi un piccolo intervento in ospedale, vedrai che fra qualche giorno torna, e lo ritroverai sempre lì, sempre davanti casa, assorto nei suoi pensieri, mi ripetevo.

Poi dopo una decina di giorni, con una certa ansia, mi decisi a chiedere di lui.

Così il tabaccaio dove vado anch'io a nicotinazzarmi, mi racconta, con un velo di tristezza, che è andato via, la sorella lo ha "chiuso" in una casa di riposo.

Perché gli ho ancora chiesto, mi sembrava stesse benissimo l'ultima volta che l'ho visto.

Così mi racconta che la sorella preoccupata, ( quindi aveva una sorella) per il suo vivere da solo, e perché sembra combinasse sempre piccoli guai, aveva deciso così, per il suo bene.

Così da qualche giorno continuo a pensare al mio co -rionale, al nostro Toni, all'eterno ragazzo introverso e melanconico i cui occhi, incrociavo ogni giorno della mia attuale vita crepuscolare.

E mi chiedo se sia giusto aver tolto Toni dal suo habitat naturale, dalle sue abitudini serene di vita, dalle chiacchiere coi negozianti e abitanti del rione.

Mi chiedo se sia giusto avergli tolto i suoi orizzonti quotidiani, il suo caffè al bar, le chiacchiere con Menego e il suo Parroco, il suo alzarsi al mattino e aprire quel portone fiabesco, il suo sedersi a guardare chi passava sotto i suoi portici, le sue passeggiate in bici.

Era la casa di riposo che lui aveva immaginato come sua ultima dimora mentre si godeva gli ultimi anni di vita?

Io non credo.

Non so che piccoli guai combinasse in casa, o che altri problemi potesse avere, quel che so è che lui era completamente sano, e sono certo, volesse rimanere lì, dove era sempre stato, a vedere l'alba e il tramonto dalle strettoie dei suoi amati portici, dei suoi ormai amici negozianti.

Penso che se anche il suo modo di vivere avesse presentato delle criticità si poteva aiutarlo a casa sua, nella sua confort zone, senza sradicarlo dal suo quartiere.

Mi chiedo se i Servizi Sociali, che spesso fan miracoli, anche per persone " foreste", che poco hanno dato alla propria Città e al proprio Paese, non potessero prendere in carico Toni e aiutarlo a casa propria, magari con alcuni servizi di utilità giornaliera, con costi certamente inferiori di quelli che occorrono oggi per pagare la retta di una casa di riposo.

Penso questo e penso che dovrebbero ridarci Toni, così com'era, con tutta la sua spensieratezza e voglia di vivere.

Toglierci Toni, o Alberta, Rosa, Bepi e tanti altri come lui, devasta i nostri cuori di uomini e donne semplici, che hanno solo il desiderio di vivere, e morire, lì dove si è sempre stati, nel proprio contesto sociale, attorniati dai propri ricordi e dalle immagini, colori e odori del proprio consueto paesaggio.

Desertificare i nostri borghi, allontanando i veci e trasformare le vecchie case in alloggi per affitti brevi, anche sul piano umano, renderà meno ricco il tessuto sociale delle nostre Città, meno allegro, più spento, più solo.

Da oggi Padova sarà più sola, e anch'io lo sarò.

Da oggi sarò più triste.

Arridateci Toni, ne abbiamo bisogno tutti.






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